giovedì 15 Ottobre 2026
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Ambiente

Buco dell’ozono: cos’è, perché si apre ogni anno e quando si richiuderà

Ogni anno sopra l'Antartide lo strato di ozono si assottiglia. Cosa significa, perché succede proprio in questo periodo e a che punto è la guarigione.

Buco dell'ozono: cos'è, perché si apre ogni anno e quando si richiuderà

Il buco dell’ozono torna a far parlare di sé quasi ogni autunno: è in questo periodo dell’anno, infatti, che sopra l’Antartide raggiunge la sua massima estensione. Nel 2026, secondo il servizio europeo Copernicus, a metà settembre aveva superato i 25 milioni di chilometri quadrati, circa 80 volte la superficie dell’Italia. Ma che cos’è davvero, perché si forma e perché gli scienziati parlano comunque di una lenta guarigione?

Che cos’è l’ozono e a cosa serve

L’ozono è una molecola formata da tre atomi di ossigeno. La maggior parte si trova nella stratosfera, la parte dell’atmosfera che va all’incirca dai 10 ai 50 chilometri di quota. Lì forma uno strato che funziona come un filtro: assorbe gran parte dei raggi ultravioletti del Sole più dannosi per la pelle, per gli occhi e per molti organismi viventi.

Attenzione a non confondere: l’ozono “buono” è quello in alta quota. Quello che si forma vicino al suolo d’estate, nelle giornate calde e inquinate, è invece un inquinante irritante per le vie respiratorie.

Perché il buco dell’ozono si apre ogni anno?

Il “buco” non è un vero foro, ma una zona in cui la quantità di ozono scende sotto una certa soglia. Si forma ogni anno sopra l’Antartide tra agosto e novembre, e di solito tocca il massimo tra metà settembre e metà ottobre, cioè nella primavera dell’emisfero australe. Il meccanismo è questo:

  • durante il lungo inverno antartico la stratosfera diventa freddissima e si formano particolari nubi, le nubi stratosferiche polari;
  • sulla superficie di queste nubi si accumulano composti di cloro e bromo;
  • quando in primavera torna la luce del Sole, queste sostanze si attivano e distruggono rapidamente le molecole di ozono.

Le dimensioni del buco cambiano molto da un anno all’altro in base alle condizioni meteorologiche: un inverno stratosferico particolarmente freddo, come quello di quest’anno, favorisce un buco più esteso.

Da dove arrivano cloro e bromo

Il problema nasce dalle attività umane. Per decenni sono stati usati i clorofluorocarburi (CFC) e sostanze simili, presenti nelle bombolette spray, nei frigoriferi, nei condizionatori e in alcune schiume isolanti. Questi gas, una volta in atmosfera, salgono fino alla stratosfera e liberano cloro e bromo. Il buco sopra l’Antartide è stato descritto per la prima volta a metà degli anni Ottanta da ricercatori britannici, e la scoperta ha fatto rapidamente il giro del mondo.

Il Protocollo di Montreal: un raro successo globale

La risposta è arrivata nel 1987 con il Protocollo di Montreal, l’accordo internazionale che ha portato a eliminare progressivamente i CFC e le altre sostanze che danneggiano l’ozono. È considerato uno degli accordi ambientali più efficaci di sempre, perché è stato sottoscritto praticamente da tutti i Paesi del mondo e ha funzionato.

Gli effetti però sono lenti: queste sostanze restano in atmosfera per decenni. Secondo le valutazioni scientifiche delle Nazioni Unite, lo strato di ozono sopra l’Antartide dovrebbe tornare ai livelli del 1980 intorno alla metà degli anni Sessanta di questo secolo, prima nel resto del pianeta.

Il buco dell’ozono si sta davvero richiudendo?

Sì, nel lungo periodo. Anche se alcuni anni, come il 2026, registrano estensioni ampie, gli esperti spiegano che queste oscillazioni dipendono soprattutto dalla meteorologia della stratosfera e non indicano un’inversione di tendenza. Il record resta quello di quasi 30 milioni di chilometri quadrati, registrato nel settembre del 2000.

E il clima?

Buco dell’ozono e riscaldamento globale sono spesso confusi, ma sono problemi diversi: il primo riguarda i raggi ultravioletti, il secondo i gas serra che trattengono il calore. Hanno però un punto in comune, ed è una buona notizia: il Protocollo di Montreal dimostra che, quando il mondo si mette d’accordo, i problemi ambientali globali si possono affrontare. Sul fronte del clima, i dati più recenti raccontano di un settembre 2026 tra i più caldi mai registrati.